Music

Quando l’ élite si chiama Outpost of Progress

marzo 24, 2016
Outpost of Progress

Dunque, premetto che io di musica non ne so un granché, e se cercando su SoundCloud mi ritrovo a leggere una dicitura stile: Outpost of Progress, Genres: Alternative/Electronica/Downtempo, be’ allora mi sento sarcasticamente a disagio.
E così, una volta aperta la pagina.. mi si spalanca un mondo e mi accorgo di quanto sia ignorante -musicalmente parlando -. Quindi, essendo per natura più curiosa di un gatto, metto su le AKG che ho fregato al mio ragazzo, premo play e ascolto. Intanto leggo la descrizione e la biografia: i due nomi che compaiono sono Riccardo Pinzuti e Max Bindi. Ora, se io non conoscessi, diciamo come le mie tasche, il primo, se non sapessi come lavora e come suona per creare questa ‘roba allucinante’ – in quanto lo vivo quotidianamente nella sua follia artistica, intendendola con tutta la bellezza possibile -, e se non conoscessi Max da tempo, direi che la musica che sto ascoltando è suonata dal caos, dalla confusione e da mani e voci impazzite.

Poi però ascolto più attentamente, chiudo gli occhi e ritrovo tutto l’ordine che vi regna. Una musica che ti fa muovere, che a volte ha gli stessi battiti del cuore, che fa tanti giri e che poi torna, perché credetemi con loro due ritorna sempre; e poi vedo colori, luci, persone che ballano, città del nord Europa che si muovono e che corrono, vedo immagini che tremano. Vedo case discografiche che si rincorrono per una pubblicazione dietro all’altra ogni volta che esce un pezzo. E poi vedo due musicisti, due artisti: Riccardo che fa musica, che la scrive, anzi no, di solito la suona improvvisamente, dal nulla, senza appuntarsela, e poi Max, che scrive e che canta, che mette in musica le sue poesie – quasi sempre già pronte prima che gli arrivi il pezzo strumentale nuovo,un po’ come se ci fosse dell’alchimia tra lui e la musica -, che rigira i versi come Marzullo con le domande, e che ti ci fa rimanere male ogni volta che scopri i testi per la bellezza e la complessità che portano in sé e che ogni volta che li ascolti sono sempre più complicati e profondi – anche perché, non a caso per il loro nome ha fatto ‘banalmente’ riferimento alla short story di Joseph Conrad -. Una meravigliosa, musicale, sublime dicotomia, di nicchia, élitaria, che si fa portar rispetto.
Che poi alla fine, invece, dietro a tutto questa struttura architettonica perfetta si trovano due persone semplici, fragili nella loro bellezza, uniche, dal cuore buono, pure.. be’ insomma due degli splendidi ‘Biancosporchi’ di cui parlai nel primo post.

25-03-2016. La track Beat The Devil trova spazio nella compilation “Massive Electronica” vol.1. E voi non potete nemmeno immaginare i prossimi lavori di che livello sono! Datemi retta: rimanete aggiornati, cercateli su Facebook, Twitter, Instagram, e poi sui siti prettamente musicali come SoundCloud, iTunes, BeatPort e tanti altri che sicuramente conoscerete più di me se siete specializzati. Credetemi, non ne rimarrete delusi! Ogni pezzo è a sé, ogni pezzo è una storia.

E per quanto riguarda me, be’ non appena finisce la prima canzone,la successiva parte automaticamente, così senza rendermene conto. Perché infondo, se ci pensiamo, non serve per forza essere degli esperti per cogliere l’essenza della musica; credo che basterebbe semplicemente fermarci un attimo, chiudere gli occhi e incominciare ad ascoltare, visto che di solito siamo abituati a “sentire”.

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